La regolazione emotiva del nostro organismo è fondamentale per la nostra sopravvivenza e riuscire a mantenere un equilibrio omestatico di regolazione consente di non farci sopraffare da stati emotivi di iperaurosal, ossia di eccitazione eccessiva ( ansia, rabbia eccessiva, impulsività, panico) o di stati emotivi di ipoarousal, ossia della persistenza di stati depressivi ( ritiro, evitamento, paura, vergogna).
Ma perché per molte persone è così difficile mantenere “più o meno” in equilibrio o gestire i propri stati emotivi?
A questo proposito riporto la chiara descrizione che ne fa Daniel Hill, noto clinico e ricercatore sia del campo psicoanalitico che neuroscientifico:
<< l’affetto è al centro del nostro essere, una misura del nostro cuore. Ci porta in alto e ci butta giù, connette e disconnette le nostre relazioni con gli altri. Ci organizza e disorganizza. Quando l’affetto è regolato, ci adattiamo, ci autocontrolliamo, ci impegnamo. Siamo vigili e pronti a utilizzare tutte le nostre risorse. Guidiamo le nostre azioni basandoci sulla nostra esperienza precedente grazie alla possibilità di attingere a ricordi pertinenti. La nostra capacità di riflettere sulla nostra vita mentale è disponibile. Abbiamo una sensazione di padronanza di noi stessi. La nostra presenza è infusa da sentimenti di presenza, agentività, autenticità e benessere. Siamo disponibili alla connessione interpersonale, al gioco e all’esplorazione.
Ci sentiamo bene e sicuri.
Ma cosa succede invece quando i nostri stati emotivi sono disregolati?
In uno stato disregolato non ci sentiamo sicuri, il nostro senso di agentività, autenticità e benessere è diminuito, e lo è anche la nostra disponibilità alla relazione intersoggettiva. Siamo distaccati, in diverso grado, dall’esperienza di noi stessi e dall’esperienza degli altri. La flessibilità di risposta è sostituta da automatismi. La spontaneità è sostituita dalla reattività>>.
Durante il nostro percorso di vita interagiamo per lo più con persone con le quali stabiliamo legami di attaccamento purtroppo non sempre sicuri e rassicuranti, impariamo a regolare i nostri stati emotivi con chi ha un ruolo di cura ed educativo nei nostri confronti. Internatizziamo non solo modelli ma strutturiamo, per così dire, una neurobiologia che si manifesta in stati affettivi tollerabili o meno, che ci permettono di autoregolarci o disregolarci.
Gli stati mentali quindi si organizzano intorno agli affetti, diventiamo tolleranti se abbiamo qualcuno che ci aiuta a farlo, a modulare i nostri stati e non allertarli. È un argomento complesso. Impariamo ad essere più o meno resilienti, se abbiamo imparato a regolare i nostri stati emotivi. La resilienza ha a che fare con la capacità di recuperare il proprio funzionamento dopo l’esposizione a condizioni di disregolazione emotiva.
I genitori ma tutti gli educatori hanno un compito importante, una responsabilità verso i propri stati emotivi, è importante acquisire capacità di mantenere un proprio stato di regolazione, per regolare a loro volta i loro figli in maniera competente e seguirli nella loro crescita affettiva/ emotiva.
La tolleranza ci aiuta a riconoscere per es. la rabbia ed a modulare l’intensità dell’affetto; per esempio, ossiamo essere arrabbiati ma non collerici, possiamo essere tristi ma non prolungarci nella depressione.
È difficile trovare equilibrio emotivo ed imparare a regolarsi quando ci sono meccanismi automatici radicati che inducono alla disregolazione e sofferenza.
Questa capacità di regolazione passa dell’adulto al bambino e contribuisce a trasmettere gestibilità o disregolazione.
Il lavoro terapeutico implica molta alleanza, comprensione e una grande capacità del terapeuta di modulare gli stati disregolati che si sono innescati. Come ci ricorda Hill, la relazione terapeutica ha bisogno di una connessione emozionale stabile, regolarità per stabilire le condizioni psicologiche e neurobiologiche favorevoli allo sviluppo e a lungo andare oltre l’elaborazione anche le strutture neurobiologiche dei nostri pazienti mutano nella possibilità di modularsi, a lungo termine, in maniera differente e più sana anche senza di noi.,,
A cura di Marialba Albisinni – Psicologa, Psicoterapeuta
Ognuno di noi ha un “comportamento di attaccamento” verso la persona di cui sente il bisogno di vicinanza. L’attaccamento duraturo si traduce in un “legame di attaccamento” che implica una selezione poiché è riservata a pochissimi individui.
La funzione che viene attribuita alle persone scelte è quella della “protezione”, di un “senso di sicurezza” e “conforto”, solitamente un genitore, un partner, una figura di riferimento. Questo tipo di legame a lungo andare crea “senso di sicurezza”, “fiducia” e “conforto”.
Se la relazione è gratificante, c’è gioia e senso di sicurezza ma se è minacciata c’è gelosia, angoscia e rabbia. Se viene interrotta irrompe l’angoscia e il dolore.
Tuttavia per comprendere più a fondo le nostre relazione sane o disfunzionali dobbiamo sempre fare un salto in quella dimensione in cui è stata vissuta la nostra infanzia piena di relazioni significative, per i più fortunati tali relazioni sono state tendenzialmente rassicuranti, per altre persone purtroppo più instabili, ansiogene, invadenti, o persino traumatizzanti.
Questo dato esperienziale farà la differenza nella nostra organizzazione emotiva e nella nostra possibilità di scegliere o meno persone simili solo a ciò che conosciamo e a ciò che in passato ha strutturato un legame.
Se per esempio il legame di attaccamento con la figura di riferimento è stato sicuro, rassicurante tendenzialmente noi tenderemo a scegliere questa tipologia di persone e saremo più appagati dalle relazioni.
Se la figura di riferimento ci ha caricato per es. di ansia, sovraccaricandoci e noi ce ne siamo presi in qualche modo cura, probabilmente tenderemo a scegliere persone di cui occuparci ma di cui non sapremo prendere nulla, poiché il legame affettivo è instaurato attraverso la cura unidirezionale dell’altro “bisognoso”.
Lo stesso discorso vale se la nostra figura di riferimento è stata problematica o depressa, noi ci organizziamo per accudirla e così ci ritroviamo, da grandi, in relazioni per cui il legame affettivo segue lo schema “io ti curo” ma “non chiedo nulla” poiché non lo so fare, oppure se lo faccio destabilizzo il mio schema organizzativo che ha che fare con l’idea dell’amore.
Altro caso è per es. se io ho avuto un genitore freddo e distaccato emotivamente da me, non rispondente ai miei bisogni, tenderò ad avere un legame di distanza anche con gli altri.
Lo stesso vale per le relazioni maltrattanti, si sviluppa l’idea che il legame affettivo equivale ad essere umiliato o maltrattato e quindi gli schemi si ripetono all’infinito fino a che mi accorgo che sono infelice e inappagata.
I legami affettivi sono importanti per la salute mentale di tutti noi, abbiam bisogno di trovare il nostro posto sicuro anche nelle relazioni, la consapevolezza aiuta a comprendere quanto si è incastrati in relazioni disfunzionali e malsane; esplorare la storia personale ci aiuta a capire i meccanismi reiteranti in cui ci siamo adagiati. Poiché il percorso della vita di ognuno di noi ci obbliga spesso a vivere esperienze spiacevoli, quali perdite, ingiustizie, malattie etc. abbiam bisogno di avere un nostro posto sicuro in cui possiamo chiedere, essere confortati, sostenuti e capiti quando è necessario. L’essere umano ha bisogno di scegliere benessere, poiché il malessere transitorio inevitabilmente arriva, ma spesso è necessario lavorare tanto con se stessi per capirlo e seguire un percorso di vita più sano.
Partiamo dal presupposto che le relazioni della prima infanzia influenzano i nostri modi di “organizzarci emotivamente” ma strutturano anche il modo di rappresentarci e rappresentare gli altri formando “credenze inconsce” che influiscono su se stessi e le relazioni e il benessere o malessere riguardo la vita.
Gli studi scientifici dimostrano che esiste una “memoria emotiva” molto potente che agisce in base a ciò che è stata l’esperienza passata; si strutturano modalità di aspettativa, pregiudizi, meccanismi di difesa che influiscono sulla nostra personalità e il nostro equilibrio emotivo.
Vediamo cosa accade nello specifico:
Nella prima infanzia i modelli esperienziali che abbiamo interiorizzato si organizzano come “aspettativa” di sequenze di scambi reciproci e vengono associati a stili autoregolatori. Vi è sempre un’influenza reciproca in cui ogni persona influente dà un proprio contributo allo scambio in corso e quindi ad una co-costruzione facilitate o ostacolante per le esperienze successive in cui può regnare la fiducia e il senso di sicurezza oppure, all’opposto la sfiducia e l”ansia.
Tali esperienze influiscono sul modo di approcciarsi al mondo, alle relazioni e all’immagine positiva o negativa di sé. Spesso ci si sente emotivamente destabilizzati.
Nell’interazione terapeutica/analitica si attiva oltre ad lavoro di introspezione interattiva col terapeuta sulla propria storia personale, un processo di ri- organizzazione emotiva che consiste nella creazione, nell’elaborazione di come certe tematiche o life motiv caratteristici per ogni persona, influiscano in modo ostacolante o facilitante nella vita presente.
Facciamo alcuni esempi:
Se una figura affettiva di riferimento, mi ha umiliato è facile che si strutturi la convinzione “io non valgo” ; ansia, senso di inadeguatezza, distimia, o sintomatolegie distruttive possono prendere il sopravvento nel mio presente;
Se i miei genitori si sono continuamente traditi, rischio di non avere fiducia nell’altro,in chiunque.
Se sono stato abbandonato da una figura di riferimento affettiva è facile che si strutturi la convinzione “ho paura di essere lasciato” quindi, nel mio presente, controllo l’altro in maniera eccessiva rovinando larelazione e allertandomi in maniera spropositata ed eccessiva;
Se sono stato trascurato rispetto i miei fratelli è facile che si strutturi la convinzione, non solo “io confrontarmi con gli altri, ma probabilmente vado a confermare o scegliere persone che mi confermino che valgo meno di loro”;
Se mi sono occupato dell’emotività di una figura di riferimento affettiva es. diuna madre depressa sin da bambino, è facile che si strutturi la convinzione “io devo occuparmi degli altri” e al contempo il rischio è che mi dimentico di me, allertando da una parte il sistema emotivo equindi ansia eccessiva, dall’altra hodifficoltà a contattarmi e quindi a realizzare la mia persona in sicurezza.
Le possibilità elencate sono esempi non regole, di ciò che può sabotare il benessere emotivo e realizzativo di una persona. Ognuno di noi è richiamato a lavorare responsibilmente sulla propria vita emotiva.
Comprendere, in un lavoro di alleanza e complicità le “tematiche” ricorsive e ripetitive che ostacolano le relazioni o il buon vivere del paziente, aiuta le persone non solo ad accogliere il loro modo di essersi organizzati ma anche a cercare “nuove modalità organizzative” se è ciò che desiderano, non per dimenticare il dolore ma per alleviarlo e permettersi anche altro. L’intento della psicoterapia è giungere un po’ meglio a stare bene ma ciò include una maggior conoscenza di sé, della propria storia, delle rigidità ma anche delle possibilità di riorganizzarsi emotivamente in maniera più consona alla propria persona. E’ importante farlo in un luogo sicuro, con una persona professionale di fiducia.
La sintonizzazione e l’alleanza col terapeuta è la chiave della comprensione. Nessuna terapia può funzionare se il terapeuta non si predispone a comprendere e sintonizzarsi con l’emotività del paziente ma anche se se il paziente pone resistenza verso la possibilità di essere aiutato con fiducia.
L’interazione analitica modifica gradualmente il processo di auotoregolazione. Il paziente diviene capace di sentirsi vivo, di pensare , anticipare, calmarsi senza ricorrere per esempio a droghe e alcol ma con l’aiuto di un professionista.
In questa direzione il modello mutuo-autoregolativo della Beebe e Lachman offre una spiegazione di come un processo di co-costruzione verbale e non verbale, di sintonizzazione influenzano la possibilità di autoregolazione emotiva. La costruzione dei processi relazionali e dei processi interni si influenzano a loro volta perché i processi diadici tra madre e bambino, tra paziente e analista riorganizzano i processi interni e i processi relazionali del qui ed ora.
Nel mio lavoro amo molto lavorare con adolescenti e giovani adulti e adulti in difficoltà. Nella maggioranza dei casi, i genitori mi contattano perché i figli presentano una sintomatologia precisa, importante, che provoca non poche preoccupazioni del genitore e forti disagi nei ragazzi. A volte, emerge che il cambiamento che stanno vivendo i ragazzi, dovuto alla loro crescita psicologica, è diversa e distante dall’aspettativa creata ingenuamente dai genitori. Il lavoro collaborativo con i genitori è fondamentale al fine di facilitare la crescita di entrambi. Spesso hanno difficoltà a mettersi nella posizione di ascoltare e conoscere i figli e tristemente hanno aspettative tendenti a realizzazioni inerenti ad ambizioni personali poco riuscite, magari risalenti alla loro giovinezza. In questo senso, i genitori non sostengono la crescita dei figli e si privano della relazione con loro, e dinamiche psicologiche poco elaborate della loro vita influiscono sulla non relazione con i figli. Sono ovviamente alcuni esempi.
Ne risultano figli tristi o arrabbiati; troppo attenti e precisi o distratti e ribelli. Sono tante le valutazioni che i genitori deducono dai loro comportamenti. Da parte dei ragazzi invece emergono sempre di più le sensazioni di “sentirsi sbagliati” e “confusi” o in colpa: spesso si concretizzano sintomi che rimandano a disagi importanti e gli stessi ragazzi non si danno alcuna possibilità di conoscersi e di conoscere la loro personale direzione; potrebbe a questo proposito, nascondersi la paura di rinuciare ad un importante affetto, cioè quello dei genitori. Sono combattuti, in pieno conflitto ma ciò avviene a un livello inconscio e quindi incomprensibile. Capire diventa complesso.
Seguiranno brevi e coincise informazioni psicologiche tratte dalle più esponenti teorie inerenti allo sviluppo affettivo e cognitivo che ovviamente non sostituiscono la psicoterapia ma mi auguro daranno modo di riflettere su come si struttura l’identità sana e meno sana. Buona lettura.
Ansia che fare: la differenza tra ansia funzionale e disfunzionale
Significato etimologico
Etimologicamente il termine ansia deriva dalla parola latina “anxia” e indica una condizione di agitazione e preoccupazione dell’individuo caratterizzata da una spiacevole sensazione di pericolo che non ha una causa definita. L’ansia è definita come “uno stato di tensione emotiva” (Funk e Wagnallas, 1963) caratterizzata da sintomi come tremore, sudore, palpitazione e incremento del ritmo cardiaco. È una reazione funzionale dell’organismo utile a segnalare la necessità di mobilitare risorse interne e motivare all’azione.
Significato evoluzionistico In ambito etologico/evoluzionistico essa ha un significato adattivo per la nostra specie, utile a prevenire i pericoli legati alla sopravvivenza.
L’adattabilità in termini evoluzionistici, si riferisce ai comportamenti che hanno avuto nella storia della specie un valore legato alla sopravvivenza (Lorenz, 1980). L’ansia è un’emozione utile, di per sé quindi non presenta un disturbo, perché attiva il soggetto verso un’azione; quando però i livelli di tensione divengono eccessivi la normale attivazione dell’organismo viene meno e l’ansia diventa ingestibile.
L’ansia disfunzionale
L’organismo è formato di una serie di sistemi di autoregolazione, quali per esempio dei meccanismi inibitori, che gli permettono di proteggersi dai pericoli incombenti (Marks, 1969). L’ansia disfunzionale è considerata tale quando compare in assenza di uno stimolo reale e risulta ingestibile per la persona che la vive. Quando il livello di ansia è molto sproporzionato rispetto al rischio e alla gravità del possibile pericolo e se permane anche quando non esiste più un pericolo oggettivo, la reazione è considerata non funzionale (Beck, 1985).
L’ansia disfunzionale o disadattiva (di stress) compromette le relazioni con l’ambiente e ostacola l’adattamento compromettendo il benessere dell’individuo. L’ansia si esprime con uno stato di iperarousal psicofisiologico, con sintomi fisici, psichici e comportamentali difficili da gestire.
La sintomatologia
La sintomatologia è caratterizzata da palpitazioni e accelerazioni del battito cardiaco, sudorazione, tremore, sensazione di intorpidimento o di formicolio, sensazioni di soffocamento, nausea o di fastidio all’addome, tensioni e dolori muscolari, vertigini, paura di perdere il controllo e paura di morire, difficoltà nella concentrazione e nell’addormentarsi, incapacità di rilassarsi, irritabilità, perdita di interesse nei confronti dell’ambiente, agitazione e tendenza ad arrossire in pubblico (Pellegrino, 2004).
L’ansia disadattiva
L’ansia disadattiva esprime un profondo senso di smarrimento e una reale incertezza rispetto al futuro; le persone cercano di sopperire alla mancanza di sicurezza e all’incapacità di vivere nel “qui ed ora” controllando le svariate aree della propria vita fino al punto di essere paralizzate dall’ansia. L’organismo funziona in modo complessivo per cui diversi sottosistemi primari quali, quello cognitivo, affettivo, fisiologico e comportamentale si coordinano flessibilmente disponendosi per il raggiungimento di obiettivi primari relativi alla sopravvivenza della specie (come l’autoconservazione, il nutrimento, la procreazione). Nelle condizioni ordinarie l’organismo passa da una funzione all’altra secondo le richieste situazionali e le risposte adattive sono regolate a seconda delle esigenze della situazione reale. Si parla di disturbo d’ansia quando l’organismo è incapace di passare flessibilmente da un’operazione all’altra dei sistemi adattivi, ciò non permette le persone di uscire dalla “modalità pericolo” e quindi si rimane impegnati in un comportamento difensivo, anche se l’assetto situazionale è cambiato.
Le teorie psicologiche e l’ansia
Diversi approcci psicologici cercano di dare informazioni relative all’eziologia e al trattamento dei disturbi d’ansia. Freud (1915-17) inizialmente propose che l’ansia fluttuante derivasse dall’accumulo della tensione sessuale. Successivamente teorizzò l’ansia come una reazione alla minaccia di impulsi inconsci che premono per irrompere nella coscienza. La biomedica vede l’ansia come una risposta normale ed evolutivamente determinata alla percezione del pericolo. L’ansia diventa problematica e disfunzionale solo quando il suo substrato biologico funziona male (D. F. Klein, 1993). Le teorie cognitive comportamentali concordano sull’esistenza di variabili biologiche di base che predispongono alcuni individui più di altri a sviluppare disturbi d’ansia (Beck &Emery, 1985). I cognitivisti partono dall’assunto che il comportamento dell’individuo è determinato più dai “processi cognitivi interni” che da contingenze ambientali, per cui l’esperienza viene conservata e interiorizzata in maniera organizzata nella memoria. Sono gli schemi cognitivi disfunzionali che in base all’anticipazione e all’aspettativa che l’evento minaccioso si verifichi a generare un livello considerevole di ansia. La persona in questione è convinta di non possedere abilità di coping e di fronteggiamento per quella determinata situazione. Nei disturbi d’ansia lo schema cognitivo consolidato riguarda l’irrazionalità valutativa della situazione pericolosa (distorsione cognitiva). Tale distorsione cognitiva non viene disattivata ma mantenuta e confermata attraverso un processo di ruminazione. Ciò porta a risposte comportamentali motori osservabili (la fuga) e all’attivazione fisiologica; la fuga è l’unico modo che la persona conosce e lo stesso evitamento genera l’esperienza di apprendimento. Lo schema cognitivo di pericolo/minaccia s’innesca e consolida nel tempo, la presa di coscienza dello schema in atto, la modificazione e l’apprendimento di abilità di coping permetteranno una ristrutturazione cognitiva funzionale per fronteggiare la situazione ansiogena. (Beck, Emey 1985; Meichenbaum, 1977). Le teorie esperienziali (May, 1979; Wolfe & Sigl, 1998) vedono l’ansia come basata su un senso vivo di minaccia per il benessere soggettivo di una persona; è solo attraverso l’esplorazione del significato implicito dell’ansia che si chiariscono i problemi di fondo (Wolfe, 2005). L’attenzione è focalizzata sulle difficoltà di elaborazione emozionale conscia degli schemi disadattavi emozionali, che come quelli cognitivi, guidano i sintomi osservabili (L. S. Greenberg, Rice &Elliot, 1993; Wolfe &Sigl, 1998). Recentemente le teorie psicoanalitiche sull’attaccamento ci spiegano come le relazioni tra madre e figlio, mal funzionanti nei primi anni di vita, portano a strutturare stili di attaccamenti insicuri e a disturbi in età adulta. Bowlby considera primari i costrutti etologici darwiniani. La concezione della psicoanalisi bowlbiana è stata ampliata dal cognitivismo che considera la mente come un prodotto dell’evoluzione biologica, il risultato di lunghi processi di adattamento sui quali ha agito la selezione naturale. Gli stili di accudimento dei caregiver permettono la formazione di modelli operativi interni che vengono mantenuti anche in età adulta (Bowlby, 1988). Ciò struttura schemi cognitivi o mappe che guidano lo stile di interazione più consoni al maternage di riferimento. Tali schemi sono strutturati su aspettative e previsioni; relazioni di attaccamento insicuro facilmente danno luogo a sindromi fobiche ed in età adulta è riscontrabile un forte stato di ansia e angoscia da separazione (Attili, 2001). Alcune forme di agorafobia nell’adulto, difatti, sostengono l’ipotesi di un modello operativo interno che controlla uno stile di attaccamento ambivalente (pattern C di attaccamento) centrato sulla dimensione dell’ansioso controllo di sé, dell’altro e della relazione. (Guidano, Liotti, 1985). La dimensione più profonda dell’angoscia riguarda la paura della disintegrazione del proprio Sé. Tali studi clinici sono attribuiti a Heinz Kohut e alla psicologia del Sé.
Conclusioni
In conclusione la sintomatologia dell’ansia ha diversi significati per la persona che la vive. Per una maggiore comprensione, ogni approccio psicologico integra un proprio contributo significativo per permettere il ripristino di un equilibrio di omeostasi psico-fisiologica dell’individuo; gestire l’ansia significa individuare delle strategie integrate che permettono di ridurre gli effetti di stress psico-somatico. Importante distinguere quindi l’ansia funzionale adattiva, dall’ansia disfunzionale causa di insofferenza intrapsichica e spesso interpersonale.L’ansia va compresa nel suo significato soggettivo e nei processi di regolazione reciproca.
I disturbi d’ansia sono alquanto frequenti e riguardano la sfera emotiva/affettiva. Per comprendere il disturbo sintomatico è quindi importante collocarlo nel contesto della personalità del soggetto che lo manifesta dando senso al suo personale significato.
Gestire l’ansia significa imparare a sentire i propri stati e a regolarsi., individuare risorse interne e strategie che permettono di ridurre gli effetti esagerati e incontrollabili che tale disturbo sollecita. Importante quindi, distinguere l’ansia funzionale adattiva secondo meccanismi storici di sopravvivenza, dall’ansia disfunzionale che si concretizza con i disturbi d’ansia, causa di insofferenza intrapsichica, affettiva e spesso interpersonale. Autore: Marialba Albisinni
I conflitti inconsci sono difficili da comprendere e portare alla consapevolezza. La psicodinamica se ne occupa da sempre. ✍Spesso per es. seguo persone che hanno un gran successo nella vita, una bella famiglia, un buon lavoro etc. ma non riescono a goderne o a sentirne soddisfazione. ✍Oppure persone che hanno ambizioni ma non riescono a metterle in atto. ✍Ci sono persone che si mettono sempre da parte pur se non è quello che desiderano. ✍Oppure persone che vivono con sintomi che pilotano la loro vita. ✍Persone che desiderano relazioni stabili ma che sono i primi a distruggerle. Sono soltanto pochi esempi di drammi interiori che a lungo andare sono sempre presenti anche in età adulta. Allora dobbiamo attivare un po’ di fiducia verso la consapevolezza e il cambiamento interiore. La fiducia sul professionista, sulla conoscenza clinica di tante psicoterapie andate per così dire a buon fine. Allora cosa interferisce fuori dal proprio controllo? Bisogna avere una buona motivazione a stare meglio e migliorare la propria vita psichica e di riflesso la vita quotidiana. ✍Il conflitto può risolversi solo se lo si vede. Il conflitto e l’interferenza che ostacola il quieto vivere si può comprendere solo con l’alleanza terapeutica, con una buona relazione terapeutica, con una buona sintonia… con il confronto aperto e sincero. Immergersi nella comprensione sulla propria storia per andare oltre quell’ inconsapevole e assecondare il processo di crescita psicologico che fa fatica a proseguire. Ho visto tante volte quanto è possibile… ma tante volte ho visto che per alcuni è facile per altre persone è più complesso, ci sono molte resistenze da ostacolo e là che ci vuole un lavoro di impegno e responsabilità verso se stessi e la propria vita, affidandosi almeno per un po’ .
“L’organizzazione dell’esperienza del bambino è preceduta
dalle percezioni organizzate che la madre ha di lui e da essa dipende. D. Winnicott”
Immagine: Ammirazione, Bouguereau 1897
Il senso di non sentirsi degni, accettati, il senso di essere pervasi dalle proprie vulnerabilità, l’ ipersensibilità a sentire i personali fallimenti, le colpe, l’intolleranza alle frustrazioni, l’eccessiva rabbia o paura e la percezione di sentirsi eccessivamente deboli e delusi, sono aspetti emotivi molto profondi e radicati, che coinvolgono anche la dimensione cognitiva. Tali percezioni vengono elaborate come scarso valore di sè e sono strettamente legati alla propria autostima, che risulta seriamente compromessa.
Il senso del proprio Sé, comincia a svilupparsi fin dall’infanzia e si evolve per la vita, strutturandosi nel tempo. Le problematiche legate alla propria autostima sono frequenti, ed esistono diversi livelli di sofferenza.Spesso il senso del Sé è avvertito come indebolito e indifeso, a volte disintegrato, nei casi più complessi può essere percepito come senso di vuoto e si manifesta con un disturbo depressivo.
Molti studi, dimostrano, che ciò è la conseguenza di esperienze affettive complesse, a volte “deficitarie”, conseguenza di relazioni malsane con il caregiver (persona di riferimento che si occupa della cura e la crescita del bambino, solitamente è il genitore). Tali relazioni sono carenti di alcune funzioni, quali il supporto, la cura, l’empatia, la rassicurazione, la fiducia, la comprensione e la regolazione emotiva, fondamentali ed indispensabili per la formazione di un senso del Sè solido e in evoluzione.
Le interazioni ottimali tra il bambino e le persone significative che lo circondano permettono la formazione di un senso del sé integrato, legato alla possibilità di amarsi e alla possibilità di acquisire un appropriato senso di sicurezza necessario per affrontare serenamente la propria esistenza, soprattutto nelle inevitabili difficoltà della vita.
La sintonia, la conferma, la rassicurazione congrua con i propri bisogni, permettono al bambino e poi all’adulto di avviare quelli che sono i suoi talenti, quello che è il suo nucleo di iniziativa realizzativo, il suo divenire e la sua sanità mentale.
L’adulto che si prende cura del piccolo dovrebbe facilitare quelle possibilità sia di cura , sia di realizzazione, tendenzialmente verso ciò che appartiene a quel bambino, più che a se stesso. I grovigli della nostra esistenza sono rappresentati da “blocchi emotivi” che non permettono la crescita di sè e confondono le direzioni progettuali, smarriscono ambizioni e personali ideali di vita. Nella psicoterapia, spesso si lavora per sbloccare tali processi e ripristinare le aree di sviluppo ferme nell’impasse, esplorando e sperimentando terapeuticamente nuovi modi di organizzare l’esperienza.
Il senso di vuoto, tipico del sentito percepito di alcune persone permane e tende a cronicizzarsi poichè non è mai stato arricchito da ciò che è congruo con il proprio essere nel divenire. Si è quindi, smarriti nella non conoscenza della propria persona e incastrati in un blocco evolutivo che procura malessere e che può manifestarsi in sintomi che procurano sofferenza ma che sono poco definiti.
L’adulto è chiamato ad avere grandi responsabilità, a rispecchiare stati emotivi che identificano bisogni importanti per la crescita del piccolo, è chiamato a calarsi in una relazione autentica di conoscenza con l’altro e capire chi è, e dove vuole ambire. Ma è un’impresa difficile.
COSA PUO’ ACCADERE UNA VOLTA DIVENUTI ADULTI?
Se un bambino ha avuto difficoltà a stare a contatto con i propri bisogni di crescita, da adulto rischia di confondersi, di cadere in diverse trappole psicologiche che pilotano lo scarso valore che ha di sè, poichè si sente poco integrato, poco sicuro; svalutato e molto vulnerabile.
Ecco che tutto ciò si manifesta attraverso la sintomatologia o il disagio psicologico, che impedisce la sana crescita e l’autostima ne viene compromessa.
E’ un argomento, semplificato in poche righe. La difficoltà ad attribuirsi il giusto valore del sè viene spesso pervata dal senso di colpa, innescando così una profonda sofferenza in chi vive quotidianamente tale vulnerabilità.
Nei casi più gravi la depressione è imminente ed è il senso di vuoto o di colpa, a volte di vergogna che prevale come figura, abissando nello sfondo la persona e la sua vitalità.
Il terapeuta attento, cerca insieme al paziente la comprensione per la sua storia e per i suoi blocchi. Ciò è un’occasione per rendere più significativa e strutturata la propria esistenza, ma ciò necessita supporto, tempo,continuità, impegno e dedizione.
L’ adolescenza non è semplicemente una fase da superare, è un periodo della vita da valorizzare in modo adeguato. Il cervello acquisisce altre funzioni, tende ad elaborare soluzioni originali e più autonome. Con l’adolescenza comincia a svilupparsi la consapevolezza di sé, le capacità di pensiero e l’introspezione. Il pensiero diviene più concettuale e creativo. Gli studi dimostrano che a livello cerebrale avviene addirittura una potatura di alcune connessioni neurologiche che permettono la selezione e la stimolazione di altre connessioni e del funzionamento cerebrale che si avvia verso un mportante cambiamento. Occhio quindi alle sostanze e alle relazioni tossiche, allo stress che possono influire indelebilmente sulla nuova struttura cerebrale che si sta formando. Le emozioni poi hanno bisogno di essere riconosciute, accolte e sì anche gestite… ma i ragazzi hanno bisogno di noi adulti per imparare a farlo. Tempo al tempo… questo processo di cambiamento è un valore aggiunto in cui vanno valorizzate le nuove abilità e il nuovo modo di vedersi, di sperimentarsi più confusi ma più autonomi. Si tende giustamente a ricercare esperienze di gratificazione, i livelli di dopamina crescono di conseguenza anche la necessità di appagamento, ecco perché a scuola subentra spesso noia e disinteresse, il vostro cervello è in fase diciamo di potatura, alimentatelo bene ma non mollate pian piano capirete chi volete divenire. C’è tempo per crescere, l’età adolescenziale va dai 12 anni ai 24-25 va vissuta pienamente con la giusta attenzione. Trattate bene il vostro cervello, le vostre emozioni e anche il corpo, la psiche e le relazioni ne gioveranno. Daniel Siegal